Shadow AI: i tuoi dipendenti stanno già usando ChatGPT
In un articolo precedente abbiamo parlato di shadow IT: WhatsApp, Dropbox, account personali usati per lavoro perché lo strumento aziendale non c'era o non funzionava. Lo shadow AI è la stessa storia, con una differenza che la rende più seria. Non si condividono più solo file: si condividono contenuti da far elaborare a qualcun altro.
Non è una previsione
Il Work Trend Index di Microsoft e LinkedIn, basato su 31.000 persone in 31 paesi, ha rilevato già nel 2024 che il 75% dei lavoratori usa l'intelligenza artificiale al lavoro. Il 78% di loro lo fa con strumenti propri, non forniti dall'azienda.
La domanda quindi non è se nella vostra azienda si usa l'AI. È con quali strumenti e con quali dati.
Cosa finisce nei prompt
Chi usa un assistente per lavorare meglio gli dà quello su cui sta lavorando. Una bozza di contratto da rivedere. Un listino da formattare. Una mail di reclamo di un cliente, con nome e dettagli, da trasformare in una risposta cortese. Il codice sorgente di un'applicazione interna da correggere.
Ogni volta quel contenuto esce dall'azienda e viene elaborato da un servizio esterno, alle condizioni di un contratto che nessuno in azienda ha letto né firmato. Per i dati personali dei clienti è un trattamento senza base e senza accordo con il fornitore. Per contratti, prezzi e progetti è una perdita di controllo dei dati aziendali che nessuno ha deciso.
Vietare non basta
La reazione istintiva è bloccare i siti degli assistenti più noti. Funziona per qualche giorno. Poi le persone usano il telefono personale, dove il blocco non arriva. L'azienda perde così anche la visibilità che aveva.
È lo stesso meccanismo dello shadow IT: chi usa l'AI lo fa perché lo aiuta davvero. Togliere lo strumento senza offrirne un alternativa aziendale non elimina il bisogno, lo nasconde.
C'è anche un obbligo
Dal febbraio 2025, l'AI Act europeo chiede a chi utilizza sistemi di intelligenza artificiale in ambito professionale di assicurare che il personale abbia un livello adeguato di alfabetizzazione: sapere cosa fanno questi strumenti, quali sono i limiti, quali dati non vanno inseriti. È difficile rispettarlo per strumenti di cui l'azienda ignora l'esistenza.
L'alternativa: dare uno strumento migliore
Un'AI aziendale governata parte da un'idea semplice: offrire alle persone un assistente almeno altrettanto utile di quello che usano di nascosto, che però lavori dentro regole decise dall'azienda.
Da dove partire
Possiamo aiutarvi a capire cosa si usa oggi in azienda, quali dati sono a rischio e come introdurre un assistente AI che lavora dentro il perimetro aziendale senza imporlo dall'alto.
Scrivete a info@digiway.it o prenotate un appuntamento dal sito.
In un articolo precedente abbiamo parlato di shadow IT: WhatsApp, Dropbox, account personali usati per lavoro perché lo strumento aziendale non c'era o non funzionava. Lo shadow AI è la stessa storia, con una differenza che la rende più seria. Non si condividono più solo file: si condividono contenuti da far elaborare a qualcun altro.
Non è una previsione
Il Work Trend Index di Microsoft e LinkedIn, basato su 31.000 persone in 31 paesi, ha rilevato già nel 2024 che il 75% dei lavoratori usa l'intelligenza artificiale al lavoro. Il 78% di loro lo fa con strumenti propri, non forniti dall'azienda.
La domanda quindi non è se nella vostra azienda si usa l'AI. È con quali strumenti e con quali dati.
Cosa finisce nei prompt
Chi usa un assistente per lavorare meglio gli dà quello su cui sta lavorando. Una bozza di contratto da rivedere. Un listino da formattare. Una mail di reclamo di un cliente, con nome e dettagli, da trasformare in una risposta cortese. Il codice sorgente di un'applicazione interna da correggere.
Ogni volta quel contenuto esce dall'azienda e viene elaborato da un servizio esterno, alle condizioni di un contratto che nessuno in azienda ha letto né firmato. Per i dati personali dei clienti è un trattamento senza base e senza accordo con il fornitore. Per contratti, prezzi e progetti è una perdita di controllo dei dati aziendali che nessuno ha deciso.
Vietare non basta
La reazione istintiva è bloccare i siti degli assistenti più noti. Funziona per qualche giorno. Poi le persone usano il telefono personale, dove il blocco non arriva. L'azienda perde così anche la visibilità che aveva.
È lo stesso meccanismo dello shadow IT: chi usa l'AI lo fa perché lo aiuta davvero. Togliere lo strumento senza offrirne un alternativa aziendale non elimina il bisogno, lo nasconde.
C'è anche un obbligo
Dal febbraio 2025, l'AI Act europeo chiede a chi utilizza sistemi di intelligenza artificiale in ambito professionale di assicurare che il personale abbia un livello adeguato di alfabetizzazione: sapere cosa fanno questi strumenti, quali sono i limiti, quali dati non vanno inseriti. È difficile rispettarlo per strumenti di cui l'azienda ignora l'esistenza.
L'alternativa: dare uno strumento migliore
Un'AI aziendale governata parte da un'idea semplice: offrire alle persone un assistente almeno altrettanto utile di quello che usano di nascosto, che però lavori dentro regole decise dall'azienda.
- I dati restano in un ambiente che l'azienda controlla.
- L'IT decide chi può usarlo e con quali fonti.
- Ogni uso è tracciato, quindi dimostrabile.
- L'assistente conosce i documenti interni, cosa che nessuno strumento personale può fare.
Da dove partire
Possiamo aiutarvi a capire cosa si usa oggi in azienda, quali dati sono a rischio e come introdurre un assistente AI che lavora dentro il perimetro aziendale senza imporlo dall'alto.
Scrivete a info@digiway.it o prenotate un appuntamento dal sito.

